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LA SPINTA ADDOMINALE
R. Carone, D. Vercelli
U.O.A. di Neuro-Urologia e Uro-Ginecologia
A.O. CTO-CRF-ICORMA - Torino
Uno studio sul concetto di “spinta addominale” potrebbe porsi due
obiettivi : (1) quando sia opportuno o utile favorire e/o ricercare
le varie manovre che determinano una spinta addominale ovvero un
aumento della pressione addominale, a scopo diagnostico; (2) quando
sia utile eliminare la spinta addominale, ovvero correggere a scopo
terapeutico un atteggiamento minzionale scorretto che si manifesta
con l’incremento della pressione addominale.
Quando si parla di incontinenza urinaria da sforzo è opportuno
separare i due concetti di “grado” dell’incontinenza urinaria, che è
un concetto clinico, cioè un tentativo di stadiare la “gravità”
dell’incontinenza urinaria esclusivamente sulla base del sintomo che
la paziente riferisce, dal “tipo” di incontinenza urinaria, che è un
concetto diagnostico, cioè un tentativo di stadiare da un punto di
vista fisiopatologico l’incontinenza urinaria da sforzo genuina
sulla base di alcuni concetti quali la mobilità uretrale, la
pressione di chiusura uretrale, la pressione al punto di fuga,
l’incompetenza cervicale.
Pare utile, a questo punto, prendere in considerazione un concetto
caro alla scuola urologia francese e da noi condiviso, cioè quello
della cosiddetta incontinenza alla “marcia”; alla base di tale
diversificazione vi è l’idea che possano essere diversi i meccanismi
patogenetici della perdita sotto brusco aumento della pressione
addominale (colpo di tosse) rispetto alla perdita urinaria che si
manifesta in seguito ad un aumento della pressione addominale meno
importante ma più prolungato nel tempo (camminare).
Questa distinzione non ha, peraltro, solo valore accademico dato che
allorquando ci troviamo di fronte ad una situazione in cui il
“sintomo” incontinenza alla marcia sia quello prevalente ovvero
manchino del tutto altri sintomi tipici quali la perdita urinaria
sotto colpo di tosse (e si evidenzi ad esempio una incompetenza
cervicale con lo studio radiologico), potrebbe essere persino
controindicato un trattamento chirurgico del tipo “tension free”.
Da quando McGuire ha introdotto un nuovo test diagnostico, peraltro
non ancora standardizzato ed accettato formalmente dalla ICS, la
VLPP (Valsalva Leak Point Pressure), si è quasi rivoluzionato il
nostro approccio diagnostico all’incontinenza urinaria femminile non
neurogena. E’ certamente esperienza comune l’aver osservato come la
pressione al punto di fuga misurata con il CLPP sia chiaramente
maggiore rispetto a quanto misurato in corso di VLPP; questo
potrebbe indicare che le due manovre determinano una diversa
risposta da parte del pavimento pelvico all’aumento della pressione
addominale.
Nel tentativo di interpretare la reale affidabilità delle suddette
manovre occorre tener presente che il colpo di tosse, pur causando
un maggiore incremento pressorio addominale rispetto alla manovra di
Valsalva, provoca una minore mobilità dell’asse uretrale; una
seconda considerazione, che nasce dagli studi elettromiografici di
profondità, riguarda il fatto che il colpo di tosse parrebbe
determinare una contrazione sia del pavimento pelvico (questa anzi
precederebbe il colpo di tosse) sia dello sfintere uretrale, mentre
la manovra di Valsalva produrrebbe una contrazione del pavimento
pelvico ma non dello sfintere. Tale fatto va tenuto ben presente,
dato che l’obiettivo di queste manovre è proprio quello di
dimostrare l’esistenza o meno di una insufficienza sfinterica.
Un’ulteriore importante considerazione dev’essere fatta a riguardo
dell’inclinazione del pavimento pelvico secondaria ad
un’inclinazione pelvica (antiversione, retroversione) la quale
parrebbe influenzare lo stato e la capacità di contrazione e/o
rilasciamento muscolare pelvi-perineale. A titolo di esempio si può
ricordare come l’atteggiamento in antiversione assunto durante la
gravidanza renda più difficile la contrazione perineale oppure il
fatto che alcune donne riferiscono incontinenza urinaria camminando
lungo una strada in discesa (situazione in cui il bacino va in
antiversione).
E’ importante infine ricordare, ai fini di una corretta
interpretazione del test di McGuire, che l’inclinazione pelvica
influenza la direzione delle forze addominali sugli organi pelvici:
se una donna che presenta spiccata antiversione pelvica viene
invitata a spingere, le forze addominali si trasferiranno
soprattutto sul versante anteriore (vescica, uretra) e viceversa.
Non bisogna poi trascurare il fatto che l’effetto che
l’iperpressione addominale può produrre varia a seconda
dell’intenzionalità del gesto: qui entrano in gioco il sistema
motorio volontario e quello emozionale. La neurofisiologia ha
infatti dimostrato come lo stesso gesto, eseguito con intenzionalità
diverse, porti all’attivazione di aree cerebrali diverse e quindi di
gruppi muscolari differenti.
Da ciò si può desumere come sia importante ciò che noi chiediamo
alla paziente quando la invitiamo ad effettuare determinate manovre,
anche rispetto a ciò che la paziente interpreta e riesce ad
eseguire. Se, ad esempio, nel misurare la pressione al punto di
fuga, la invitiamo a compiere la manovra di Valsalva, otterremo una
contrazione del pavimento pelvico e quindi i valori pressori saranno
maggiori, se la invitiamo a spingere “come per andare di corpo”
verosimilmente insieme alla spinta addominale vi sarà un
rilasciamento del pavimento pelvico; potrebbe peraltro essere più
corretto invitare la paziente a sollevare un peso, simulando quindi
la situazione in cui si manifesta la fuga d’urina. Tutte queste
considerazioni sono però da confrontare con ciò che realmente la
paziente esegue o recepisce a fronte del nostro comando.
Forse da quanto sopra detto emerge un limite del test di McGuire:
manovra molto utile nella singola paziente, per determinare la
gravità dell’incontinenza e le variazioni nel tempo, ma alla quale
non attribuire un significato assoluto ed indipendente dal contesto.
Non va dimenticato, nell’ambito della diagnostica dell’incontinenza,
quel fenomeno per cui un’iperpressione addominale (colpo di tosse,
manovra di Valsala) può scatenare una contrazione instabile del
detrusore evidenziando un’apparente bassa pressione al punto di
fuga. In questi casi sono ovviamente importanti l’attenzione e
l’esperienza dell’operatore, al fine di interpretare correttamente i
risultati strumentali; l’iperpressione addominale (ad esempio colpi
di tosse ripetuti) può dare origine ad una instabilità “provocata”
ed in questi casi diviene ragionevole orientarsi verso una terapia
anticolinergica, oppure il colpo di tosse può determinare
un’incompetenza del collo vescicale (il collo vescicale si apre e
resta aperto) per la quale alcune gocce d’urina, raggiungendo
l’uretra posteriore, possono scatenare una contrazione detrusoriale
riflessa; un’ulteriore ipotesi sull’insorgenza di queste contrazioni
instabili è quella secondo cui la manovra di Valsalva, causando una
forte ipermobilità uretrale, determina con questo uno stiramento sui
nervi pelvici i quali a loro volta attivano una contrazione
detrusoriale. Queste differenziazioni sono evidentemente importanti
in particolar modo ai fini terapeutici, allorché ci si orienti verso
una terapia farmacologia oppure chirurgica.
Per quanto attiene agli aspetti terapeutici citati all’inizio di
queste argomentazioni, si tratta di concetti ormai universalmente
accettati: nel campo delle disfunzioni di origine neurologica (ad
esempio una denervazione vescicale secondaria ad intervento di
isterectomia radicale allargata) in cui sia presente
un’acontrattilità vescicale, sono assolutamente da proscrivere
quelle manovre che tentino di ottenere lo svuotamento vescicale
mediante spinta addominale, mentre sia opportuno ricorrere alla
manovra del cateterismo ad intermittenza allo scopo di prevenire i
danni a carico dell’alto apparato urinario.
Per contro, in rari e selezionati casi è possibile acconsentire
all’utilizzo della spinta addominale a scopo minzionale, ad esempio
in quei casi in cui le resistenze uretrali siano così ridotte da
consentire la minzione a fronte di un lieve incremento della
pressione addominale.
E’ noto come molte donne, pur neurologicamente indenni, presentino
un habitus minzionale caratterizzato dall’utilizzo in modo più o
meno esclusivo della spinta addominale: se tale comportamento non
viene corretto (rieducato) prima di un intervento chirurgico per il
trattamento dell’incontinenza ci si può trovare di fronte ad un
effetto “disurizzante” da parte dell’intervento stesso. Ad esempio,
nel caso di una TVT, la spinta addominale mobilizza l’uretra
comprimendola contro l’amaca posizionata al di sotto dell’uretra
stessa, causando una sorta di ostruzione; analogamente, nel caso
degli interventi di sospensione (tipo Burch), l’iperpressione
addominale si ripercuoterebbe anche sull’uretra determinando una
specie di “dissinergia”.
Da quanto descritto deriva l’opportunità di valutare sempre il
comportamento minzionale delle pazienti prima di un intervento
chirurgico per il trattamento dell’incontinenza urinaria da sforzo
genuina, allo scopo di correggere eventuali atteggiamenti errati.
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